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San Vito, in municipio il servizio "Sardi e vaccinati"


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Paese

Dati Generali
Il paese di San Vito
Il territorio di san Vito è occupato dai monti del Sarrabus e dei Sette Fratelli che caratterizzano il paesaggio. Il paese è posto alla destra del Flumendosa ed è situato in una breve piana ai piedi della "Serra matta de Abramu". La fertilità del terreno ha favorito un'intensa coltivazione di agrumi e la vicinanza con la costa ha incentivato fortemente il turismo.
Il territorio di San Vito
Altitudine: 2/1016 m
Superficie: 231,55 Kmq
Popolazione: 3895
Maschi: 1922 - Femmine: 1973
Numero di famiglie: 1598
Densità di abitanti: 16,8 per Kmq
Farmacia: via Nazionale, 71/B - 070 9927024
Guardia medica: (Muravera) - tel. 070 6097737
Polizia municipale: via Aldo Moro, 50 - tel. 070 9929041
Carabinieri: via Delle Capinere, 27 - tel. 070 9927022

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Storia

SANVITO [San Vito], villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Lanusei, compreso nel mandamento di Muravera, e nell’antica curatoria del Sarrabos, che era uno de’ cantoni, de’ quali componevasi il Giudicato di Cagliari, altrimenti detto di Plumino.

Preporremo alla descrizione di questo comune quella della curatoria.

Sarrabos è lo stesso che il Sarcobos della geografia romana, che leggesi ne’ diversi codici alterato in Sarcopos e Scarcapos, e peggio ancora nel suo derivato Scapitani, nome con cui si appellava la tribù, che avea per capoluogo il Sarcobos, evidente contrazione che fecero gli amanuensi da Sarcobitani o Sarcopitani.

Il sito di Sarcobos l’abbiamo già indicato in Murera, dove si trovarono molti indizi e vestigie d’antichità, e persistiamo a indicarvelo per le stesse ragioni, e perchè, se non fu in Villaputzu, dove non si trovano consimili anticaglie, meno poteva essere in Sanvito, troppo lontano dalla linea che teneva la via littorale di ponente, sulla quale per altro era quella città.

I limiti del territorio di questa tribù alla parte di settentrione erano probabilmente quelli che ha l’Ogliastra nella sua parte meridionale, sì che eravi compresa la regione di Chirra, o Cirra, della quale si fece un dipartimento; dalla parte dell’austro erano i suoi termini molto prossimi a Murera, perchè restasse luogo alla tribù de’ Siculesi, colonia antichissima traspiantatavi, come è probabile, dall’Italia nel tempo, che i Siculi furono costretti dalle armi d’un altro popolo della penisola ad abbandonare le loro sedi, ed a ricoverarsi in Sicilia e in altre parti.

Non si potrebbe senza alcun dato designare la linea dei confini tra’ Sarcobitani e Siculesi; tuttavolta non pare improbabile che il vertice della montagna che termina nel Capo-ferrato (M. Ferro e M. Liuru) e quindi il rio che discende dalle fonti della montagna de’ Sette fratelli separasse un territorio dall’altro.

I termini poi che avevano i Sarcobitani alla parte di ponente forse eran più lontani che sono gli attuali, e comprendevano una parte del Gerrei; come è pure probabile che il territorio de’ Siculesi fosse esteso sino alle sponde del golfo di Cagliari.

Il Sarrabus, come è limitato attualmente, che resta esclusa la regione Cirrese, compresa una gran parte della contrada degli antichi Siculesi, con i termini settentrionali a miglia 3 1/2 al settentrione di Murera sopra i colli di Villaputzu, e i meridionali a miglia 13 1/2 al rio di Sinzias, avrebbe una lunghezza di migl. 17 contro 10 in circa di larghezza, che pare la massima, mentre la minima nel suo lato meridionale non sarebbe maggiore di miglia 4.

La superficie può essere computata di migl. quadr. 119, la quale in massima parte è montuosa, non trovandosi piane che circa migl. 40, cioè un terzo del totale.

I monti più notevoli sono:

Il monte di Murera, alla cui falda contro greco siede il paese così detto.

Esso stendesi da lev. a pon. per più di migl. 4 1/2 ed ha in distanza quasi altrettanta il suo termine meridionale (a piè del colle di s. Priamo) dal settentrionale.

Sono nel medesimo due parti distinte; una all’oriente, che appellasi Montenero (Montenieddu, o Nigellu, e con minor alterazione Nigrellu dal colore scuro delle sue selve); l’altra all’occidente, che dicesi Monte Narba.

Alla parte di ponente connettesi il monte di Murera con la montagna di Genn-argiola, la cui sommità dista verso maestro da quella di Monte Narba poco più di un miglio.

Genn-argiolas ha annessa verso ostro-libeccio una montagna che prolungasi nella stessa direzione per circa migl. 4 (Monteporcelli, o Momporcelli)

Monte-porceddus resta diviso dalla suddetta coda di Gennargiolas per la valle e procede quasi nella sua direzione con un dorso, lungo circa miglia 1 1/2.

Da esso diramasi verso greco-levante una catena di quattro colline per miglia 3.

Monte-settifradis (Sette fratelli, o Settefrati), che segue in continuazione a Momporcelli verso ostrosirocco, e supera nella mole gli anzi notati.

Esso ha sette punte, ed è alto nella più sublime metri 971 sul livello del mare. La sua pendice verso greco-lev. stendesi a miglia 3.

Monte-mela, trovasi a ostro-sirocco di Settefrati, diviso dal medesimo per l’arco, che appellasi de’ Budduì; i Sardi dicono archi le incurvature e depressioni, che sono tra due eminenze vicine.

Monteferro è quella gran massa che sorge a poco più d’un miglio dal piede orientale di Settefrati e prolungasi verso levante per miglia 5 sino al Capo-ferrato, con una larghezza, dove più di miglia 3.

La parte orientale di questa massa è detta come l’abbiam nominata; la parte occidentale dicesi M. Liùru.

All’austro di questa massa sono alcune colline, che ne pajono continuazione. La più notevole è quella che dicono monte Nai a miglia 2 1/2.

I piani più notevoli sono quattro:

Il piano della Forada nella valle e maremma di Murera;

Il piano di Villamaggiore tra il monte di Murera, e monte Liuru;

Il piano di Camisas tra monte Liuru e Settefrati;

Il piano di Castiàdas, che è continuazione del piano Camisas e si estende sin presso a’ limiti meridionali del dipartimento.

Valli. La principale è quella del Dosa, nella quale si trovano i tre paesi del Sarrabus, Murera e Sanvito alla destra, Villaputzo alla sinistra, larga poco più d’un miglio dalla spiaggia sino a Sanvito, cioè per un tratto di miglia 4 1/2, ma superiormente molto ristretta.

La valle maggiore che resta fra le montagne di Murera, Settefrati, Melas da un parte, e Monteferro e sue dipendenze dall’altra, è lunga miglia 8, e larga da 1 a 2.

La valle del Picocca, che fiancheggiasi nella parte settentrionale dal monte di Murera e sue dipendenze, dalla parte australe da Momporcelli e dal suddetto ramo di colline.

La valle di Setterivi tiene a levante il monte di Gennargiolas e sua appendice, a ponente la montagna di Arriceli che stendesi per circa miglia 4 verso Momporcelli nella direzione d’ostro-scirocco.

Fiumi. Il Dosa, uno dei fiumi principali della Sardegna, che dovrebbe porsi dopo il Tirso se il Termo, o fiume di Coguinas, nol superasse, non in copia di acque, ma in lunghezza di corso, che è di miglia 53, mentre il corso del Dosa è di sole 45.

Il rio Picocca, che ha le prime sue fonti nella pendice occidentale del Serpellino (Serpeddi) e dopo un corso di miglia 19 entra nello stagno di Colostrai, ricevendo alla falda di Momporcelli, verso maestro, il rio di Burcei, che porta le acque delle fonti orientali dello stesso Serpellino, e quelle del rio di Settefrati, che insieme uniti entrano alla destra, e crescendo poco dopo alla stessa parte del fiume di Setterivi.

Il rio di Castiadas che comincia dalle fonti di Guttur-efrascu e scorrendo verso settentrione riceve i rivoli che discendono dalle pendici di Momporcelli, Settefrati, Mela, e degli altri che sono in continuazione procedendo verso ostro-scirocco. I più notevoli sono, quello di Buddui che ha le acque del seno tra Settefrati e Mela, e l’altro che raduna quelle di Momporcelli e Settefrati. Dopo miglia 10 di corso entra nello stagno di Colostrai.

Acque stagnanti. Una parte della maremma di Villamaggiore è coperta dalle acque che formano lo stagno di Colostrai. Questo è lungo m. 1 1/2, largo 1, dove più di figura irregolarissima, perchè sinuoso.

Prossimo al medesimo nella parte meridionale è uno stagnuolo, la cui area sarà di circa 150 giornate, il quale fece già parte dello stagno maggiore.

Lo stagno di Colostrai fu in altri tempi un seno di mare, un porto, il quale restò colmato dalle sabbie dei fiumi che vi influivano, e chiuso da quelle che vi volgevano le onde del tirreno. Nell’epoca romana doveva già essere stagno, perchè nella geografia di Tolomeo non se ne fa menzione, sebbene vi si nomini il porto Sipicio, che è l’attuale stagno di Tortolì. A settentrione di questo bacino a 2/3 di miglio dietro una piccola collina è un altro stagnuolo con l’area di circa 110 giornate, o starelli, detto delle saline.

Nella stessa direzione a un miglio da questo è un altro ristagnamento in un bacino lungo m. 1 1/3, largo forse non più di metri 200, diviso dal mare per una spiaggia larga circa metri 300.

In questa concavità si versa una parte delle acque del Dosa per due canali, uno lungo m. 2 1/2, che pare fatto ad arte, e comincia a circa mezzo miglio da Murera al suo maestro-tramontana, a m. 2 2/3 dalla foce; l’altro lungo m. 1 1/2 che apre un altro sfogo a m. 1 dissotto.

In questo è un laboratorio di pestilenza per la corruzione de’ vegetabili ed animali; e dovrebbesi perciò prosciugare.

Un altro stagnuolo trovasi alla sinistra del Dosa non lungi dalla sua foce, nel quale ricevesi l’acqua d’un rivolo.

Mineralogia. In Monte Narba i signori Belly e Saint-Real trovarono dell’argento nativo e dell’argento muriato, ricchissimo. Questa miniera sembra considerevole avendo da 30 a 60 centimetri di ampiezza.

In altri tempi fu coltivata, come deducesi da molti indizi. Il locale, abbondante d’acque e di bosco, offre gran comodità per riattivare la scavazione.

Nel suindicato Monteferro è abbondante il minerale del ferro, in vicinanza del mare; nel che vedesi una facilità per la esportazione.

Nel territorio di Villaputzo trovasi l’antracite in uno scisto, che cangiasi nel granwacke a grana fina, ma non pare idoneo a essere adoperato nelle fucine come quello di Seùi.

Boschi. Nella massima parte della montagna di questo dipartimento vegetano gli alberi ghiandiferi e molte specie di legni cedui; ma dopo molti incendi, e quando han tagliato i pastori le selve non sono egualmente in tutte le parti. Sembrano essere state più rispettate quelle che sono in Momporcelli, Settefrati e nel Mela.

Il selvaggiume è in gran copia, cinghiali, daini e cervi. Nè mancano i mufioni nelle eminenze più sublimi. Vale lo stesso per tutte le specie de’ volatili che sono stazionarii, o passeggieri nell’isola.

Nelle suddette montagne trovansi nella stagione fredda a immensi sciami le grive, e se ne fa una caccia abbondantissima.

Agricoltura. Più della metà di questa superficie, che è sgombra di selve, potrebbe esser coltivata, e dirò forse più di 60 miglia quadrate, che sarebbero a un dipresso giornate o starelli 52 mila; e tuttavolta il totale di tutte le terre culte non sorpassa le giornate 8 mila nella Forada, e altre 2 mila nelle altre parti più o meno distanti, sì che della parte che può facilmente coltivarsi non se ne coltiva nè pure un quinto, e restano infruttifere con immensa perdita più di 40 mila giornate.

Devo notare che per le 10 mila giornate che producono ai sarrabesi la somma delle 52 mila giornate, che ho notato, non riducesi a 42 mila, perchè, una parte di quelle trovasi nella regione di Cirra; onde segue che è più di 42 mila giornate quello che resta incolto nel Sarrabus nella determinata parte coltivabile.

Perchè l’agricoltura si ampliasse converrebbe dedurre colonie dalle tre popolazioni sunnominate. Muravera potrebbe dare famiglie 100, Sanvito 120, Villaputzo 100, e più ancora sino al totale di 400, da stabilirsi, una in monte Cardìga, un’altra a s. Nicolò di Chirra, la terza in Villamaggiore, la quarta alla falda di Momporcelli in sulla via di Cagliari, la quinta a monte Nai, la sesta a Sinzias, in quei punti, dove si riunissero le migliori condizioni. Così le terre che rimangono incolte, o male si coltivano, sarebbero coltivate e più fruttifere, e crescendo così le sussistenze, crescerebbe la popolazione, e non si troverebbero tanti squallidi deserti in quelle regioni, che potrebbero nutrire una popolazione numerosa.

La sola estensione territoriale del Sarrabus, escluso il Cirra, potrebbe facilmente bastare a circa 35 mila abitanti, compresa quell’altra contrada a 60 mila, ottuplo di quella, che ora vi abita.

Pastorizia. Considerata l’ampiezza delle regioni incolte è pochissima la quantità del bestiame, che vi pascola, e il frutto è scarso, perchè, come fanno tutti non operando nulla l’industria umana per assicurare in tutti i tempi le sussistenze al bestiame, se ritardano le pioggie, o mancano, le greggie e gli armenti deperiscono.

Popolazione. La somma delle tre popolazioni non eccede le sette migliaja, che è un quinto del numero che potrebbe mantenere il Sarrabus, se fosse culto in tutte le parti che è coltivabile.

La sua condizione civile? Per molti anni, dirò per secoli, il Sarrabus (e dicasi altrettanto dell’Ogliastra) fu trascurato dal governo, e negletto da’ vescovi che ne avea commessa la direzione spirituale. Il governo non vi badava nell’epoca aragonese e castigliana, perchè questi popoli avevano un barone, e il barone solo dovea amministrare con una podestà quasi assoluta per mezzo de’ suoi agenti, i quali eran uomini da nulla, e se avevano qualche valore badavano ad avvantaggiarsi ne’ loro interessi anzi che al bene di quei vassalli; e sotto il governo Sabaudo, sebbene siasi ristretta la podestà de’ baroni per lasciar luogo all’autorità regia e siasi sorvegliata l’amministrazione del feudatario, e si sono impedite molte soperchierie degli officiali baronali, e fatte molte riforme in favore de’ vassalli; tuttavolta il miglioramento delle cose fu poco notevole.

Ho detto che queste contrade furono neglette da’ vescovi, e dico che tale negligenza fu scandalosa, perchè non so se una sola volta vi sieno andati a visita pastorale quelli che avevano nella loro diocesi questo dipartimento, e che ebbero poi aggregata la barbariense, che or dicesi della Ogliastra, e perchè nulla badavano nella scelta dei parrochi, e non davano loro i necessari coadiutori. Mancò pertanto la istruzione religiosa, che avrebbe molto giovato, mancò l’autorità dell’esempio, che avrebbe influito molto nella moralità de’ popoli, e le cose giunsero a tale, che il governo Sabaudo vide la necessità di ristaurare l’antica diocesi di Barbargia od Ogliastra sin dal tempo di Carlo Emanuele III, e l’avrebbe restaurata senza indugio, se i turbamenti politici non avessero rivolta l’azione de’ ministri sopra altri oggetti, e se in seguito non avesse comandato altra dilazione la scarsezza de’ mezzi.

Miglioratesi le cose pubbliche dopo la ristaurazione politica del 1814 si intavolarono pratiche con la s. Sede, e l’antico vescovado di s. Giorgio fu ristaurato nel 1824 con bolla di Leone XII degli 8 di novembre.

Fu ristaurato, ma non qual era ne’ tempi più antichi, perchè questo vescovado barbariense comprendeva non solo la Barbargia orientale, l’attuale Ogliastra, ma anche le Barbagie occidentali, quelle almeno di Bilvì, o Bilbi, e quella di Sèulo, perchè è probabilissimo che quella di Ollolai fosse compresa nella diocesi Forotrajanense, che fu poi denominata da s. Giusta, dove si trasferì la cattedrale, perchè il vescovo potesse esser pronto a’ consigli del giudice di Arborea, e non paresse assente dalla sua diocesi se stava nella cattedrale, e co’ suoi canonici.

Non andrà però molto che si provvederà per una più ragionevole circoscrizione di diocesi, e allora non solo si reintegrerà questa delle parti, che le furono divelte, ma potrà essere accresciuta anche dal Sarrabus, il quale meno facilmente e utilmente amministrasi dall’arcivescovo di Cagliari, che può essere amministrata da quello dell’Ogliastra.

Le condizioni morali del Sarrabus, come del Giudicato dell’Ogliastra, peggiorarono per la pochissima corrispondenza che questi popoli avevano e potevano avere con le altre provincie della Sardegna, non solo per trovarsi appartate in una estremità dell’isola; ma più ancora per la difficoltà delle aspre vie in ogni tempo e l’ostacolo di fiumi nelle stagioni piovose. Il Sarrabus, come l’Ogliastra, è diviso dalle altre regioni sarde per aspre montagne, i sentieri delle quali sono difficili anche a’ giumenti, ed è diviso pure per alcuni fiumi, i guadi de’ quali sono pericolosissimi. Da ciò accadeva che ben pochi tra questi provinciali andassero in altre parti, che pochi d’altre parti venissero fra loro, e per conseguenza restavano in un tale isolamento, che avrebbe potuto inselvatichire anche un popolo culto, se fatalmente fossero sopravvenute queste condizioni.

Le comunicazioni se erano così rare con gli altri provinciali, non erano molto frequenti tra gli stessi popoli di queste due contrade, non trovandosi insieme gli uomini delle diverse terre, che in alcune feste di gran concorso; onde provenne che poco si conoscessero gli uni gli altri, e si nutrissero certi odi ed antipatie, che dureranno ancora qualche tempo, finchè l’istruzione si ampli e il commercio si animi.

Dopo l’abolizione del feudalismo non sono ancora tolte tutte le sue memorie, e restano le più funeste nelle due prigioni baronali che si avevano una nel Sarrabus a Muravera, l’altra nell’Ogliastra a Tortolì, che sono due baratri, e dirò meglio due cloache, dove si seppelliscono i non sentenziati, e non di rado gli innocenti, facendo loro subire una pena gravissima e perniciosa, quale è la detenzione in quelle fogne. Eppure, cosa incredibile, alcuni (fortunatamente sono pochissimi) non le vorrebbero soppresse, consentirebbero che tanti infelici continuassero a patirvi, purchè non si fabbricassero in Lanusei le prigioni provinciali, che loro malgrado vi saranno edificate presso il tribunale, perchè così vuole il servigio della giustizia ne’ nuovi ordini, se pure non si avesse il debito rispetto all’umanità. Gli stupidi per satisfare a una misera invidia non che riguardino questa umanità nè pure attendono ai loro interessi; già che i militi comandati di condurre al tribunale i prigionieri per esser presenti alla discussione devono perdere uno o più giorni tra la gita, la dimora e il ritorno, e per conseguenza abbandonar la famiglia, sospendere i loro lavori, intermettere le loro opere, patir dispendi e disagi, esporsi a’ pericoli, ecc. Uomini siffatti più che ira destan pietà. Questo stato di cose deve sollecitare il governo a quei provvedimenti, che la prudenza consiglia, e non differire, perchè la dilazione permette la continuazione de’ mali, che non devon vedersi tra popoli culti.

Uno de’ primi provvedimenti d’urgenza è l’apertura delle strade, che devono facilitare non solo il commercio, ma anche l’azione del governo, la quale frequentemente è ritardata, e pel ritardo talvolta intempestiva.

In altri tempi, cioè nell’epoca punica e romana, il Sarrabus e l’Ogliastra eran percorsi dalla grande strada littorale, che da Cagliari portava a Tibula nel seno di Arsaquena. Forse le sue traccie si potrebbero riconoscere in qualche punto della via attuale, che dalla porta, o gola, di Cornabue, per Villanova Strasaili, Tortolì, Bari, Tertenia, conduceva a Murera, e quindi per il fianco boreale di Settefrati discendeva a Quarto a M. P. IV da Cagliari.

Da questa linea partivano probabilmente due rami, uno per dar uscita a’ popoli che erano dove or è Lanusei con gli altri d’intorno, la quale passava per Tacu-Isara e mettea capo nella strada centrale da Cagliari ad Olbia, e infatti si trovarono alcune traccie di questa: l’altro per dar uscita ai popoli della regione cirrese, che passava per il dipartimento del Gerrei, e forse dipartita raggiungeva con un ramo la suindicata centrale, con l’altra percorreva il dipartimento Dolia dirigendosi poi per Settimo verso Cagliari.

Premesse queste nozioni sopra il dipartimento esporremo adesso i particolari di Sanvito.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 27', e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 25'.

Siede alla falda di due colli, incontro al scirocco, in sulla sponda sinistra d’un rivolo che viene da’ monti che sorgono al suo ponente a miglia 3, e poco dopo si versa nella sponda destra del prossimo fiume Dosa.

L’orizzonte di questo paese limitato alle dette due parti lo è pure alle altre da ostacoli molto vicini, a quella di libeccio dalla montagna di Gennargiolas, ad austro dal monte Narba, e a greco dal monte di Villaputzu, sì che la vista appena si può estendere dalla sola parte di levante-scirocco.

Così situato sente poco Sanvito l’influenza de’ venti, o li sente tutti per riflessione, eccettuato il solo le-vante-scirocco, che vi soffia direttamente, e il maestrale che vi giunge passando fra le due prossime indicate colline, talvolta con tanto impeto, che se il terreno sia inzuppato dalle acque schianta facilmente gli alberi; e deve però soffrire gran calore nell’estate, e molta umidità in tutti i tempi, la quale, come nelle altre regioni poste sul tirreno, è aumentata da’ vapori che vi accumulano i venti del levante, e rendesi spesso visibile in dense nebbie.

Le pioggie sono frequenti, le nevi rare e molto facilmente solubili nella valle, poco meno nella sommità delle maggiori prossime eminenze. I temporali sono poco offensivi.

L’aria è grassa e impura di miasmi, massime nel-l’estate e nell’autunno. Questa malignità è accresciuta dal letamajo, che trovasi all’estremità dell’abitato.

Il territorio di questo paese è tutto montuoso, e comprende ne’ suoi limiti il suddetto Gennargiolas, monte Sora, su Perdosu, Bacu Scovas, Minderri e molte colline.

Questi monti sono nella massima parte coperti da grandi vegetabili, e abbondano i lecci e i soveri, quindi gli olivastri e i perastri. Il frutto de’ ghiandiferi può bastare all’ingrassamento di cinque in sei mila porci. Le specie de’ legni cedui sono moltissime.

Le regioni boscose hanno molti animali selvatici, cervi, daini, cinghiali, e ne’ siti più elevati trovansi in numerosi branchi i mufioni. Le volpi e le lepri sono ben moltiplicate, non così però le martore, che si vedono rare.

Frequentano in queste regioni le aquile, gli avoltoi, i nibbi ecc. Le aquile, come in altre parti, cagionano frequenti danni a’ pastori, perchè prendonsi molti agnelli, capretti, porchetti, e talvolta cadono sopra i vitelli, e se li divorano.

Fra’ volatili ricercati da’ cacciatori sono tanto numerose le pernici, che si trovano a tutti i passi tra le macchie in tutti i tempi, in grandissima copia i colombi per tutto l’anno, le tortori nella primavera e nell’estate.

Degli uccelli acquatici sono varie le specie, maggiori le famiglie delle anitre e delle folaghe, delle quali è però facilissima la caccia.

In regioni così montuose e dove le pioggie non scarseggiano, le fonti non possono essere rare; tuttavolta sono pochissime quelle che debbano essere notate per copia di effluenza.

Le acque de’ pozzi del paese, come quelle delle sorgenti, sono buone e leggere. Hanno fama di salutari, quella che dicesi di Tiumarcu a mezzo miglio dall’abitato, e quella di Gennargiolas.

Non vedonsi ristagnamenti, fuorchè nel sito, che è detto Bidili, dove si lavorano i làderi o mattoni d’argilla, che impiegansi crudi nella costruzione delle parti superiori de’ muri delle case.

Formansi vari rivoli in questo territorio, de’ quali sono più notevoli i così detti Uri, Cannas, Pibilia. In tempi piovosi questi crescono tanto da’ torrenti, da cagionare danni gravissimi.

Allora cresce e straripa anche il Dosa, e distrugge e devasta i poderi stendendosi sino all’estremità del paese massime alla parte di tramontana e levante. L’onda batte il muro, onde è cinta la parrocchia, e i pesci vengono sin là, a mezzo miglio lungi dall’alveo.

Popolazione. Sono in Sanvito anime 2700, distinte in maggiori di anni 20, maschi 890, femmine 915, e in minori, maschi 445, femmine 450.

Generalmente sono ottima gente, laboriosi, tranquilli, religiosi, rispettosi della legge; ma vedonsi ancora residui gli effetti dell’abbandono, in cui restarono per tanto tempo, poco curati dal governo, non molto dal superiore della diocesi, e mal amministrati dagli agenti baronali. La parte più incolta e per conseguenza meno morale è nel pastorame, come accade in tutte le altre parti dell’isola.

Nel rispetto fisico non vedesi nel generale una forte e ferma sanità, massime tra le donne, le quali decadono presto dalla gioventù, perchè come diventano madri, sebbene non abbiano ancora compito il quarto lustro, si degradano tal punto, che all’apparenza si crederebbero giunte di già a’ 40 anni, avvizzandosi nella faccia come vecchierelle, e cangiando i colori verginali in quello dell’itterizia o d’altra malattia cronica.

Le malattie ordinarie sono affezioni al fegato, alla milza, agli intestini, febbri periodiche, ed è a notare il frequentissimo patimento del capo, le vertigini.

La maggior mortalità è nei bambini, principalmente nell’estate: di che sono a incolpare in gran parte le madri, che non si danno alcun pensiero, perchè non restino esposti alle inclemenze atmosferiche e non prendano certi cibi dannosi, massime le frutta immature. Si intende facilmente che questo accade nella classe povera, più spesso che nelle agiate, e da ciò sarà provata la necessità di un asilo infantile, d’un luogo, dove le povere madri, che vanno a spigolare ne’ campi, o devono attendere ad altre occupazioni, potessero deporre i loro infanti. La spesa sarebbe pochissima, il bene grandissimo, e ne dovrebbero aver merito i parrochi, che potrebbero in questo avere la cooperazione di persone pie.

L’ordinario corso della vita è tra i 50 e i 60 anni, e appena 150 persone si troveranno che abbian oltrepassato l’ultimo termine per favore di una costituzione fisica più robusta o per maggior attenzione contro ciò, che può nuocere alla sanità.

In occasione della morte di alcuno si fa il solito attito dalle donne della parentela, assise sul terreno intorno al defunto, e la vedova per dimostrare il suo dolore fa molti oltraggi alla propria persona, percotesi crudelmente il petto, e diminuisce la sua capellatura stracciandola per gittarla sull’estinto.

La cura della salute è esercitata da due flebotomi. Chi può, e quando il caso sia grave, chiama qualche medico da uno o dall’altro de’ paesi vicini.

Professioni. Si esercitano nell’agricoltura circa 900 persone tra grandi e piccoli, nella pastorizia 100, ne’ mestieri di ferrai, falegnami, bottai, muratori, calzolai, sarti, vasai, e nella fabbrica di mattoni, circa 60.

Non v’ha famiglia che non possieda qualche cosa, almeno la casupola, che abita; ma molti sono così ristretti di fortuna che vivono in gran disagio. Il nessun o pochissimo commercio è causa che si giace in siffatte angustie.

Le donne filano e tessono solo per il bisogno della famiglia. I telai sono di antica forma e sommeranno in tutto il paese a 540.

La scuola primaria numera circa 30 studenti, cioè meno del sesto di quelli che vi dovrebbero concorrere, i quali sono 200 da’ 7 a’ 14 anni.

Quelli che nel paese sanno leggere e scrivere saranno non più di 40, la massima parte de’ quali studiarono nei gennasi. Da questo intendesi il profitto, che si è finora avuto dallo stabilimento di siffatte scuole dopo 27 anni.

Il consiglio comunale è composto di sette soggetti ed assistito da un segretario.

I barrancelli, a’ quali è affidata la custodia delle proprietà, sono quaranta compreso il loro capitano.

Agricoltura. I sanvitesi coltivano nella circoscrizione del proprio territorio e in altre regioni divise dal medesimo.

Dentro la detta circoscrizione si coltivano pendici e vallate, le quali sono notevolmente fruttifere, se non si patisca difetto di pioggie, o non avvenga alcun altro inconveniente.

Le regioni lontane dal territorio sono, quella che dicesi di Villamaggiore, della quale abbiam parlato più sopra, e quella di Castiadas, della quale parimente si è fatta menzione.

La possessione che delle medesime hanno i Sanvitesi rivela che gli ultimi abitatori di Villamaggiore e di Castiadas, quando dovettero abbandonare le loro sedi, andarono a stabilirsi in Sanvito ritenendo e trasmettendo ne’ loro successori ed ospiti le loro ragioni. Non si ha nella storia nessun cenno di questo fatto, tuttavolta esso è certo. L’epoca dello spopolamento di Villamaggiore forse fu anteriore allo stabilimento degli aragonesi in Sardegna (1324); quella dello spopolamento di Castiada è stata posteriore, perchè nella nota de’ feudi posseduti nel 1358 da Berengario Carroz non trovasi menzione di Villamaggiore, trovasi però memoria di Castiada, la quale insieme con Tucato, Murera, Perdedu, Villatrona, Orria, Ulmo, Iguale, Cortimia e Pupus, formava allora la curatoria del Sarrabus. E qui direm di passaggio, che non trovandosi in quella nota nominati nè Sanvito, nè Villaputzu, doveano allora detti luoghi avere un altro nome, uno di quelli che furono proposti, e che io non saprei indicare.

L’agricoltura in queste due regioni di Villamaggiore e di Castiada dev’essere, come è ovvio imaginarlo, molto negletta, perchè dopo i lavori affrettati della seminagione restano i terreni abbandonati, volendo ciascuno evitare i disagi e ritornarsene alla sua famiglia. Sarebbe però utilissimo se si ristabilisse nelle due dette contrade la popolazione mandandovisi da Sanvito quel numero di famiglie, che bastasse a coltivare quei terreni.

L’ordinaria seminagione nel territorio di Sanvito, in Villamaggiore e in Castiada è di starelli 2000 e più di grano, 800 di orzo, 600 di fave, 100 di legumi, altrettanto di lino.

L’ordinaria fruttificazione è da 7 a 10 per il grano, del 12 di orzo, del 15 per le fave.

I novali (narbonis) producono tre o quattro volte di più, e sono nel complesso una somma notevole di giornate. Nei siti scelti il terreno si sgombra delle macchie per essere seminato con la zappa, e le macchie si bruciano per accrescere con le ceneri la fecondità, la quale è pure aumentata dal bruciamento.

Il monte di soccorso ha un fondo di starelli 1600. Non si sa nulla del suo fondo nummario.

Può darsi che siasi convertito in aumento del granatico, e che gli agricoltori convertano poi il prestito di grano in denaro con loro vantaggio, perchè dovendo rendere il prestito in natura, essi possono spesso venderlo a lire 10 al moggio per renderlo poi quando vale lire 6.

La quantità del terreno occupato dal vigneto non è minore di starelli 450. Le viti sono di molte varietà, producono abbondantemente, e danno vini di buona qualità, comuni e gentili, se la manipolazione facciasi con qualche intelligenza.

I fruttiferi sono qui in un clima favorevolissimo, danno ottimi e copiosi rutti, epperò sono coltivati con qualche studio e in gran numero.

I più comuni sono aranci, limoni, cedri, fichi, mandorli, meligranati, peri, susini, albicocchi, pomi di moltissime varietà.

Le prime specie non vengono più felicemente in nessun altra contrada della Sardegna orientale. I fichi producono tanto, che se ne dissecca una gran quantità, onde avrebbesi un lucro notevole se sapessero i buoni metodi.

Il totale degli alberi fruttiferi delle indicate specie e di molte loro varietà non è forse meno di 15 mila individui.

Non si è ancora introdotta la coltivazione de’ gelsi, che potrebbero poi nutrire l’industria serica con gran vantaggio del paese.

La stessa negligenza deve notarsi rispettivamente agli olivi.

Essendo in questo territorio frequentissimi i lentischi, si fa dalle loro bacche gran quantità d’olio, il restante del frutto in anni di gran fertilità ingrassa i majali.

I poderi sono chiusi in gran parte a siepe viva di fichi d’India, gli altri a muro secco, o barbaro, come dicono volgarmente.

Non si può indicare che una sola tanca di giornate 70, nella quale si semina e si tiene il bestiame a pastura.

L’orticultura è mediocremente praticata. Le specie sono poche e si coltiva per le medesime tanto terreno, quanto basta per la consumazione de’ particolari.

Pastorizia. Dalla descrizione del territorio di Sanvito può il lettore aver inteso quanto sia esso favorevole alla coltura del bestiame, e quanto questo ramo d’industria potrebbe profittare, se fosse curato con intelligenza.

In varii punti trovansi delle capanne stabili per i pastori, e non saranno meno di 60, fatte senz’arte e capaci quanto basti per ricoverarsi e difendersi dalle maggiori inclemenze atmosferiche.

Altre simili baracche trovansi nel territorio di Villamaggiore e del Camisas, e non sono meno di 80, le quali servono a’ contadini per riposarvi dopo i lavori della seminagione e della messe. Nel tempo di marzo restano deserte.

I pascoli per le capre e le vacche sono copiosi; i ghiandiferi offrono frutti abbondantissimi a’ branchi porcini, come abbiamo notato; ma quello che vuolsi dalle pecore e dalle cavalle spesso è scarso, e i pastori devono patir danno nel deperimento delle greggie e nella tenuità del prodotto.

Il bestiame manso de’ sanvitesi consiste in buoi 650, cavalli e cavalle 200, giumenti 500. Il bestiame rude in vacche 1500, capre 1800, pecore 3000, porci 1200.

Come vedesi non può così poca quantità di bestiame provvedere il sufficiente alla beccheria del paese, la quale è spesso chiusa. Vendesi poca carne vaccina, assai più di caprina.

Il formaggio fino è pregiato, il bianco è salato per il commercio estero in maggior quantità.

Le pelli e i cuoi si conciano nel paese in cinque diversi siti.

L’apicultura deve dirsi negletta, perchè il numero degli alveari è sotto il migliajo. Gran parte di questi sono nelle regioni pastorali. Questo potrebbe esser un ramo di considerevole lucro considerate le circostanze favorevoli del clima.

La pesca è esercitata da poche persone nel Dosa, dove prendono muggini, anguille, saboghe, trote, lupi, con buon profitto, perchè non avendosi pesci di mar vivo devesi comprare da questi pescatori.

Non sono in Sanvito de’ cacciatori di professione, che mettano in vendita il selvaggiume. Le caccie grosse non sono però rare.

Commercio. Il superfluo dei cereali, grano, orzo, fave, fagioli bianchi e mandorle, vendesi a’ negozianti delle montagne, ma più spesso si mandano a Cagliari per mare. Si vende pure un certo numero di tori.

Per il trasporto delle frutta dalle suindicate regioni al paese e per trasferirle poi al luogo del caricamento si hanno 400 carri.

Religione. Questo con i due vicini paesi, Murera e Villaputzu, è compreso nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari.

La chiesa parrocchiale, dedicata a s. Vito, è capace, ma negli altri rispetti è poco notevole. È amministrata da un paroco, che ha il titolo di rettore e tiene tre coadiutori.

Le chiese minori dentro l’abitato sono denominate, una da s. Antonio di Padova, l’altra da s. Maria, la terza da s. Lussorio, la quale è in pessimo stato.

Fuori del paese è una sola chiesa, intitolata da s. Vincenzo Ferrerio, a mezz’ora di distanza.

Il camposanto non ha tutte le condizioni, che si erano prescritte dal governo, e le sepolture si fanno senza molto badare alla salubrità dell’aria.

La festa principale è per s. Maria nella terza domenica d’ottobre, alla quale concorre gran moltitudine di forestieri. Essi hanno una cordiale ospitalità per tre giorni, e poi si congedano con qualche dono, secondo il costume.

Si fanno molte processioni nell’anno; ma meritano di essere notate, quella che si fa nella festa del patrono s. Vito, nella quale si novera una schiera di due a trecento gioghi di bellissimi e grassi buoi, ben adorni, che son condotti da’ padroni o da’ garzoni; quindi quella di s. Vincenzo quando trasportasi il suo simulacro dalla parrocchia alla suddetta chiesa rurale, e quando dopo gli ufficii si riporta indietro.

Per la festa di s. Vincenzo si corre il palio; ma questo non essendo molto prezioso non sogliono venire alla gara, che i cavalli de’ vicini paesi.

La decima ordinaria, che i sanvitesi pagano al paroco vuolsi produca ordinariamente starelli di grano 700, d’orzo 400, di fave altrettanto, di legumi 50, di mandorle 40, di lino 1000 manipoli, capretti 100, agnelli altrettanti, porchetti 30, sciami d’api 10, cantare di formaggio 60, quartare di mosto 1200. Se è tanta, è certo che i sanvitesi non danno, quanto dovrebbesi secondo la consuetudine.

Antichità. Si può indicare un solo nuraghe nel territorio di Sanvito, e trovasi nel luogo detto S’Isula. Esso è quasi totalmente disfatto.

Nel territorio di Villamaggiore se ne riconosce un altro, il nuraghe Asoro, il quale è quasi intero.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a San Vito
15 Giugno: San Vito - Festa del Santo Patrono
21 Agosto: San Lussorio
15 Ottobre: Santa Maria
Luglio: sagra de "sa Prazzira e de sa Pezza de Cabra"